L’essenza della giustizia secondo Calamandrei

Sotto il ponte della giustizia passano tutti i dolori, tutte le miserie, tutte le aberrazioni, tutte le opinioni politiche, tutti gli interessi sociali. E si vorrebbe che il giudice fosse in grado di rivivere in sè, per comprenderli, ciascuno di questi sentimenti: aver provato lo sfinimento di chi ruba per sfamarsi, o il tormento di chi uccide per gelosia; essere a volta a volta ( e talvolta nello stesso tempo), inquilino e locatore, mezzadro e proprietario di terre, operario scioperante e padrone d’industria.
Giustizia è comprensione: cioè prendere insieme, e contemperarli, gli opposti interessi: la società di oggi e le speranze del domani; le ragioni di chi la difende, e quelle di chi la accusa.
Ma se il giudice comprendesse tutto, forse non potrebbe più giudicare: tout comprendere, c’est tuot pardonner. Forse, affinché la giustizia possa raggiungere i limitati scopi che la nostra società le assegna, essa ha bisogno, per funzionare, di orizzonti non troppo vasti e di un certo spirito conservatore che può parere gretteria. Gli orizzonti del giudice son segnati dalle leggi: se il giudice comprendesse quel che c’è al di là, forse non potrebbe più applicarle con tranquillità di coscienza. E’ bene che non si accorga che la funzione della giustizia è spesso quella di conservare le ingiustizie consacrate nei codici.

P. CALAMANDREI, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Ponte alle grazie, 2006, pp. 272-273.

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~ di giudaballerino su settembre 22, 2009.

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