Una paura che si ficca sotto la pelle

“La tensione diviene una sorta di schermo che si frappone tra le persone. In guerra gli occhi smettono di essere distratti. Ogni faccia, ogni singola faccia deve dirti qualcosa. La devi decifrare, La devi fissare. Tutto muta. Devi sapere in quale negozio entrare, essere certo di ogni parola che pronunci, per scegliere di passeggiare con qualcuno, devi sapere chi è. Devi raggiungere qualcosa sul suo conto che possa essere di più di una certezza, eliminare ogni possibilità che sia pedina sulla scacchiera del conflitto. Camminare vicini, rivolgersi la parola significa condividere il campo. In guerra tutti i sensi moltiplicano la propria soglia di attenzione, è come se si percepisse più acutamente, si guardasse più a fondo, si sentissero gli odori in maniera più forte. Anche se ogni accortezza non serve a nulla dinanzi alla decisione del massacro. Quando si colpisce non si bada a chi salvare e chi condannare. In un’intercettazione telefonica, Rosario Fusco, accusato di essere un capozona dei Di Lauro, ha la voce molto tessa e ecerca di essere convincente rivolgendosi al figlio:

“…tu non devi stare con nessuno, questo è poco ma certo, io te l’ho scritto pure: vuoi scendere, a babbo, vuoi andare a fare una camminata con una ragazza, soltanto non devi stare con nessun ragazzo, perché non sappiamo con chi stanno o a chi appartengono. Allora se devono fare qualcosa a quello, tu ti trovi vicino, ti fanno pure a te. Hai capito qual è il problema oggi, questo,a babbo…”

Il problema è che non ci si può sentire esclusi. Non basta presumere che la propria condotta di vita potrà mettere al riparo da ogni pericolo. Non vale più dirsi: ” si ammazzano tra loro”. Durante un conflitto di camorra tutto quello che è stato costantemente costruito viene messo in pericolo, una recinzione di sabbia abbattuta da un’onda di risacca. Le persone cercano di passare silezione, di ridurre al minimo la loro presenza del mondo. Poco trucco, colori anonimi, ma non solo. Chi ha l’asma e non riesce a correre si chiude in casa a chiave, ma trovando una scusa, inventandosi una motivazione, perché svelare di stare chiuso in casa potrebbe risultare una dichiarazione di colpevolezza: di non si sa quale colpa, ma pure sempre una confessione di paura. Le donne non indossano più tacchi alti, indatti a correre. A una guerra non dischiarata ufficialmente, non riconosciuta dai governi e non raccontata dai reporter, corrisponde una paura non dichiarata, una paura che si ficca sotto la pelle.
Ti senti gonfio come dopo una mangiata o una bevuta di pessimo vino. Una paura che non esplode nei manifesti per strada o sui quotidiani, non ci sono invasioni o cieli coperti di aerei, è una guerra che ti senti dentrol Quasi come una fonbia. Non sai se mostrare la paura o invece nasconderla. Non riesci a comprendre se stai esagerando o sottovalutando. Non ci sono sirene d’allarme, ma arrivano le infomazioni più discordanti. Dicono che la guerra di camorra sia tra bande, che si ammazzano tra loro. Ma nessuna sa dove si travo i confini tra ciò che è loro e ciò che non lo è. Le camionette dei carabinieri, i posti di blocco di polizia, gli elicotteri che iniziano a sorvolare a ogni ora, non rasserenano sembrano quasi restringere il campo. Sottraggono spazio. Non rassicurano. Circoscrivono e rendono lo spazio mortale della lotta ancora più angusto. E ci si sente intrappolati, spalla a spalla, trovando insopportabile il calore dell’altro.”

R. SAVIANO, Gomorra, Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, 2008, pp. 104-105.

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~ di giudaballerino su febbraio 15, 2009.

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